CRITICI
Ōki Izumi – Vitrum 硝子 – Matteo Galbiati
Il principio della trasparenza: solidità effimera della scultura.
Ogni artista, la cui ricerca ha avuto modo di affermarsi assecondando un tempo e una storia individualmente particolari grazie alle quali ha avuto garantito il pieno rispetto della coerenza del lavoro, mostra un certo grado di riconoscibilità.
Il gesto, le tematiche, gli intenti, le finalità, le immagini e le forme, il segno calligrafico, e molti altri elementi ancora, ci tradiscono l’appartenenza delle opere al registro, specifico e inalienabile, di un artista piuttosto che di un altro. Ad emergere, quale carattere prioritario,è fin da subito l’accento individuale e interno all’anima del suo esecutore e l’opera. parla secondo un suo codice prestabilito. Talvolta, invece, il solo materiale si fa in sé bastante ad essere l’indice e l’affermazione univoca del temperamento, dell’indole e della personalità di chi esegue il lavoro, prendendo quindi il sopravvento su qualsiasi conseguente sviluppo formale in cui l’opera d’arte verrà declinata. La materia evoca a sé ogni tipicizzazione legata all’esecutore e alle sue virtù interiori e profonde, rivendicandone la titolarità espressiva del pensiero. In questi casi forse iscrivibili davvero ad un collegio ristrettissimo di nomi tale circoscrizione identificante col solo materiale riassume, sintetizzandola, la forza della poesia che ne anima la sincerità e l’originalità dei proponimenti
Caso emblematico è quello dell’artista Ōki Izumi che, da diversi anni, impiega, in modo esclusivo e distintivo, il vetro.
Preso in lastre di dimensioni e spessori variabili, viene da lei rielaborato come scultura progressiva ed aggregante che, nell’accostamento semplice e ridotto ai minimi termini per quanto concerne l’intervento gestuale che è sempre comunque preceduto da una complessa fase progettuale consegna alla visione del pubblico in una presenza che solo superficialmente possiamo definire oggettuale, solo all’apparenza si manifesta quale cosa-oggetto e niente più.
La peculiare grandezza della sua visione e azione mai semplicistica, banale o ripetitiva è invece tutta concentrata nell’estrazione, dalla freddezza algida e dal distacco glaciale del vetro, che ammettiamo lontano da ogni afflato di calore esistenziale, di un’impensabile, quanto inattesa, forza vitale. Il vetro si fa, nell’opera di Oki Izumi, quasi un’atavica premessa biologica della trasparenza, di cui è, per antonomasia, sostanza catalizzatrice. Il vetro rende reale l’effimero, rapprende il vuoto, cristallizza l’invisibile e in questa solidificazione effimera dell’im-materiale, l’artista giapponese ha compreso le potenzialità espressive.
Ha capito, e ha saputo nel tempo ben controllare e definire fisicamente, il suo principio vivo e generante, ben oltre la vuota oggettualità che avrebbe rischiato di esprimere in forma di scultura.
Le sue sculture si muovono, infatti, secondo procedimenti vibratori che le dislocano nell’ambiente reale come cinetica ripetizione di un solo elemento scansito nell’ambiente, innescando così la genesi di altre e nuove forme, voluttuose e geometrizzanti, frapposte nel niente dello spazio, nella sospensione del nulla circostante. In questa cattura dell’imprevedibile Ōki Izumi trova nella luce la sua complice fidata ed indispensabile. Solo la luce, nell’infinibile possibilità del suo esserci, nell’in-elencabile quantità di sue frequenze, colori, calori e consistenze, verifica le scoperte interne alla trasparente solidificazione del vetro-scultura. La circoscrizione all’attimo, all’istante accade proprio attraverso la presenza di un elemento mobile e cangiante quale quello della luce, che permette anche l’unicità esclusiva della visione della scultura che è, quindi, per questo tramite fondamentale, tanto strettamente vincolata al momento della sua contemplazione. Il legame all’attimo propone alla scultura una carica ancor più organica e umorale in quanto caratterialmente mutevole secondo il tempo della sua storia particolare.
Non si vuol ripetere quanto già è stato scritto sul suo interesse nel creare un ponte ideale tra una certa concisione ed essenzialità, tipicamente orientali, e i principi di un’astrazione minimale occidentale, nemmeno si vuol fare riferimento all’influenza che la scelta di vivere in Occidente, dopo aver studiato profondamente le radici della storia e la cultura del suo paese (si è laureata in Storia della Letteratura Antica Giapponese), ha determinato nel suo maturare un interesse artistico specifico che l’ha fatta diventare una scultrice, ma si cerca di sottolineare quanto la scelta sintetica del materiale diventi, senza troppe deviazioni o palesazioni, inequivocabile, aperto ad approfondimenti mai ultimativi rispetto all’esclusività di questa sua ricerca.
La ristrettezza linguistica e strumentale cui ricorre Öki Izumi è un principio etico e comportamentale, fortemente disciplinato al divenire permanente nei termini di una poesia ragionata e accorta.
Il vetro è allora un gradito espediente che, oltre a tipicizzare l’azione dell’artista, cerca un rinnovamento costante del suo dire nella contrazione delle sue caratteristiche e nella costante e ripetibile contraddizione dei suoi termini: tra immaginifico e reale, tra fragilità e solidità, tra leggerezza e pesantezza rimane quale ribadita concretizzazione sintetica dell’effimero, sempre tesa ad un’apertura pluri-significante di senso.
La scultura di Ōki Izumi si fa addizione vibrante della luce, favorita e accelerata dalle lastre vitree, in una composizione che è quasi il filtro delle esperienze che aleggiano nella trasparenza che questa attraversa. Il mistero svelabile dentro e dietro la cortina dell’appena pronunciabile del visibile. Una scultura che si concede come corpo più nella sparizione che non nella solida e monumentale presenza, riuscendo, però, sempre a dichiarare tutta la propria potenza.
Novembre 2011